Vivere in Italia oggi, soprattutto per i giovani, significa spesso fare i conti con un mercato del lavoro che sembra un campo minato. Tra contratti a tempo determinato, partite IVA e occupazioni stagionali, la precarietà è diventata una compagna di viaggio per molti. Ma come se la passano davvero i lavoratori precari e quelli con partita IVA? E perché, nonostante rappresentino una fetta significativa della forza lavoro – circa il 25% secondo le stime – continuano a essere visti con sospetto dalle banche quando si parla di mutui o finanziamenti? In questo articolo cercheremo di fare luce su una questione che tocca milioni di italiani, con un tono che vuole essere vicino, umano, e con riflessioni che vadano oltre i numeri.
Il peso della precarietà: un quadro umano, non solo statistico
Immaginate di svegliarvi ogni mattina senza sapere se il vostro contratto sarà rinnovato, o di passare ore a inseguire commesse per far quadrare i conti con la vostra partita IVA. Questa è la realtà quotidiana di molti lavoratori precari e autonomi in Italia. Non si tratta solo di una questione economica, ma di una condizione che incide sulla serenità, sui progetti di vita, sulla possibilità di mettere radici. Comprare casa, per esempio, è un sogno che per i giovani – e non solo – sta diventando sempre più lontano. Se già per chi ha un lavoro stabile il mercato immobiliare italiano è una giungla di prezzi alti e stipendi fermi, figuriamoci per chi naviga nell’incertezza di un’occupazione precaria.
Eppure, qualcosa sta cambiando. Oggi si inizia a parlare di questi lavoratori non più come “eccezioni” o “anomalie”, ma come una parte integrante del sistema produttivo. Secondo alcune opinioni recenti, i precari e gli autonomi stanno finalmente guadagnando il riconoscimento di “lavoratori a tutti gli effetti”. Ma c’è un ma: questo passo avanti nella percezione sociale non si riflette ancora nei fatti concreti, soprattutto quando si bussa alla porta di una banca per chiedere un mutuo.
Perché le banche continuano a dire “no”?
Proviamo a metterci nei panni di un lavoratore precario o di un freelance con partita IVA. Magari sei un grafico freelance che da anni porta avanti progetti con professionalità, oppure un insegnante precario che salta da una scuola all’altra, ma con una passione e una dedizione fuori dal comune. Ti presenti in banca con il tuo curriculum, le tue fatture, i tuoi sogni. E cosa succede? Spesso ti senti rispondere che sei “un soggetto a rischio”. Le banche, infatti, vedono nella precarietà un’incognita troppo grande: il tuo reddito non è fisso, il tuo contratto potrebbe scadere, e loro vogliono garanzie di ferro.
Secondo due broker molto noti in Italia, però, c’è una piccola luce in fondo al tunnel. Sembra che gli istituti di credito stiano iniziando a valutare con più attenzione le richieste di mutuo anche da parte di chi ha una partita IVA o un lavoro non stabile. Ma attenzione: non è una passeggiata. Per i precari, ottenere un prestito è più facile se c’è un co-intestatario con un contratto a tempo indeterminato. E non tutti i precari sono uguali: le banche tendono a privilegiare chi dimostra una certa continuità lavorativa o chi appartiene a categorie specifiche, come i supplenti della scuola con anni di contratti alle spalle. Insomma, un barlume di speranza c’è, ma il percorso è ancora pieno di ostacoli.
Chi sono i lavoratori precari in Italia? Una mappa della precarietà
Per capire meglio il fenomeno, diamo un volto a questi lavoratori. In Italia, la precarietà assume tante forme diverse, ognuna con le sue sfide:
- Lavoratori a termine: Sono quelli con contratti a tempo determinato, spesso legati a un progetto o a una scadenza. Pensiamo agli insegnanti precari, una categoria che da anni lotta per la stabilizzazione, o ai lavoratori assunti per picchi stagionali nelle aziende.
- Lavoratori interinali: Assunti tramite agenzie di somministrazione, vanno dove c’è bisogno, ma solo per poco tempo. Una soluzione flessibile per le aziende, ma un’altalena per chi ci vive.
- Lavoratori autonomi: Qui troviamo i freelance, i professionisti con partita IVA, quelli che devono correre dietro ai clienti e pregare che le fatture vengano pagate in tempo. La loro precarietà sta nell’assenza di un flusso costante di entrate.
- Lavoratori stagionali: Turismo, agricoltura, edilizia: settori dove il lavoro c’è, ma solo in certi periodi dell’anno. E poi? Si aspetta la prossima stagione.
- Giovani e neolaureati: Entrare nel mondo del lavoro oggi significa spesso accettare contratti a termine o lavoretti saltuari. La mancanza di esperienza diventa un circolo vizioso.
- Lavoratori atipici: Dai contratti a chiamata ai vecchi “co.co.pro”, sono quelli che non rientrano nello schema classico del “posto fisso”.
Questa varietà ci dice una cosa: la precarietà non è un’eccezione, ma un fenomeno strutturale. E allora perché continuiamo a trattarla come un problema individuale?
Mutui per partita IVA: un’impresa possibile?
Passiamo ai numeri e alle regole del gioco. Se sei un lavoratore autonomo con partita IVA e sogni una casa tutta tua, preparati a un iter più complicato rispetto a un dipendente. Le banche vogliono certezze, e per loro il tuo reddito è una variabile incognita. Come funziona? Prima di tutto, analizzano le tue dichiarazioni dei redditi (i modelli Unico) degli ultimi due anni per calcolare un reddito medio. Da lì, di solito concedono una rata che non supera il 20% di quel reddito – contro il 30% offerto ai dipendenti. Tradotto: meno margine di manovra.
E se l’importo del mutuo che chiedi è troppo alto rispetto al valore dell’immobile? Scordati di ottenerlo senza garanzie extra. Molte banche, in questi casi, chiedono un garante – una figura che si impegni a coprire le rate in caso di problemi – e ipotecano la casa. È un sistema che tutela loro, ma che lascia te, lavoratore autonomo, con il fiato sospeso.
Mutui per precari: quando tentare e quando lasciar perdere
Per i precari la situazione è ancora più delicata. Vuoi sapere quando non ha senso nemmeno provarci? Ecco i casi più critici:
- Hai un contratto a chiamata, dove lavori solo quando ti chiamano.
- Hai contratti a tempo determinato discontinui, con pause lunghe tra un impiego e l’altro (più di 6 mesi).
- Il tuo contratto scade a breve e non hai certezze sul rinnovo.
Ma ci sono situazioni in cui vale la pena fare un tentativo:
- Hai lavorato almeno 18 mesi negli ultimi due anni, con continuità negli ultimi 6 mesi.
- Il tuo contratto attuale ha ancora almeno 4 mesi di durata.
Un caso a parte? I precari del pubblico impiego, come gli insegnanti supplenti. Se hai avuto contratti ricorrenti negli ultimi 5 anni, potresti rientrare nei mutui INPDAP (ora gestiti dall’INPS), che offrono condizioni leggermente più favorevoli. Non è una certezza, ma è una strada da esplorare.